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Ode a te… amica vestale, lirica innamorata della vita, contemplatrice degli scorci d’infinito, lettrice dei segni che coincidono con i nostri desideri impensati, forse puoi capire meglio di me e cogliere quella luce che fatico a non lasciarmi scorrere via tra le ciglia, con la paura di chiudere gli occhi e farmi  risucchiare dal buio della mente che fugge da se stessa.

Attraverso momenti in cui il cuore grida troppo forte… vorrei rassicurarlo che lo sento, ma non so come ascoltarlo.

Come riconoscersi o piuttosto avere il coraggio di “lasciarsi perdere”, quando tutto quello in cui ti rifugiavi diventa una gabbia, il sonno, la musica, il silenzio, la solitudine, non ti offrono più un accogliente oblio, ma un freddo eco disorientante?

La paura di non uscire dalla paura è come un dolore sordo alla pancia, una stretta strisciante che stringe a poco a poco, impedendoti di sentire le emozioni come sfumature di colori, lasciandoti galleggiare in un grigio timore, obbligandoti a pregare di non sentire più…

…ma più bruciante è la lucida di vergogna di non avere motivi, diritti, ragioni, cause efficienti per stare male.

Il dàimon che avevo cercato di chiudere in una porta alle mie spalle, ha ritrovato la chiave che avevo insabbiato tra i doveri delle cose da fare e mi sommergono voci, nomi, vissuti in cui mi vedo come un’estranea, con lo stordimento di chi sono stata, l’ansia di ricadere in quella metamorfosi, il terrore che quella sia l’essenza del mio essere, l’inquietudine di non riconoscere il mio riflesso.

Quando cominci a chiederti se l’eccesso di sensibilità non sia follia, hai già spostato lo sguardo sul vuoto sotto al filo, ora resta solo da scegliere se lasciarsi cadere o affidarsi alla “potenza” del corpo che sa muoversi secondo i propri accordi, anche senza conoscere “i modi” del movimento.

Oggi è difficile respirare, non ricordo più quello che facevo senza averlo mai imparato.

Oggi vorrei ricostruire il mio volto nei contorni del viso altrui, per cercarne il profilo con le dita, ad occhi chiusi, per ritrovare la profondità sulla superficie della pelle, per abbeverarmi dell’odore altrui, per essere abbracciata senza sentirmi soffocata, per desiderare di essere desiderata.

Mi ricordo ancora come emozionarmi? Come avere paura senza esserne spaventata? Come essere fragile senza cadere in frantumi? Come ritrovarmi nell’immagine di occhi estranei?

Voglio dimenticare il mio nome, ascoltarmi nel pronunciare il nome di un altro, decidere di non sapere altro,  dimenticarmi di scegliere…

Mi abbandono a te che il dolore credo l’abbia subito, decidendo di prenderti la libertà e responsabilità di vivere cercando la felicità, scegliendo il rischio di gioire, l’incertezza di essere te stessa nel divenire della non-identità a se stessi, l’ebrezza di amare, l’orgoglio di essere amata, la fatica di guadagnarti l’indipendenza, la profondità della lontananza, la leggerezza dello spossamento: la voglia di volare!

Scegli tu chi sono, perché io non so più quanto posso resistere, attaccata a questa ricerca di identità che chiamiamo vivere.

Aspetto che tu, come una sacerdotessa della sophia, pronunci come sempre le formule che curano, le parole che schiaffeggiano, l’ànemos che soffia come brezza sollevando le onde del velo di maya, per farne sfolgorare l’ammagliante vacuità a cui sorridere, come un buddha all’ombra dell’albero della vita. Cammino tra gli ulivi e ti seguo…dall’altra parte dello specchio.

di Alessandra Morini

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